Tags
Gallerie Fotografiche
Sfogliabile

Il Savallese

Nell’alta Valle Sabbia già durante il XVI secolo era chiaramente visibile un distretto manifatturiero nel quale la lavorazione dei metalli costituiva il settore più importante dell’economia. Il Savallese (la zona degli attuali comuni di Casto e Mura) vantava una spiccata vocazione manifatturiera, come testimoniano le minuziose rilevazioni compiute dai rettori di Brescia.

Nel corso del Cinquecento la capacità di lavorare i metalli (patrimonio prezioso di conoscenze e segreti produttivi, gelosamente custoditi dagli abitanti delle valli Camonica, Trompia e Sabbia all’interno del ristretto nucleo familiare) era dunque ampiamente nota all’élite politica veneta, la quale era ben consapevole che tale abilità produttiva non rappresentava solo un’eccellente fonte di sviluppo economico e sociale, ma anche un fattore strategico sia dal punto di vista politico che militare.

Non a caso, a distanza di quasi un secolo dalla relazione di Nicolò Tiepolo, la realtà produttiva del pedemonte bresciano fu interessata da una minuziosa d’indagine voluta dal podestà Giovanni da Lezze: il Catastico bresciano (1609-1610). Ancora oggi, a quasi quatto secoli dalla sua realizzazione, l’inchiesta del rettore di Brescia ci aiuta a ricostruire le caratteristiche del sistema produttivo della metallurgia bresciana. Nelle pagine del Catastico bresciano vengono infatti descritti con chiarezza e precisione i vari «anelli» della catena che collegava le diverse realtà produttive presenti nelle valli Camonica, Trompia e Sabbia. Pur non essendo un esperto, da Lezze ci fornisce infatti una preziosa e attenta descrizione dell’attività minerario-metallurgica agli inizi del Seicento. Accompagnati dalle parole del patrizio veneziano scopriamo, all’interno del variegato e complesso distretto manifatturiero delle valli bresciane, che la zona del Savallese rappresentava un tassello fondamentale per il polo siderurgico valsabbino. Dalle pagine del Catastico veniamo a sapere che:

«Il Commun di Savallo è diviso in quattro Commun, cioè Alone, Comero, Osico et Mura alcune contradelle chiamate Posico, Malpaga, Auro, Fameglia, Casto et Ulsinago […]. Ha fusine 35 dove si lavora il ferro come di sopra, fabbricandosi delle lamiere et d’ogn’altra sorte di feramenta d’agricoltura et simili».

Come abbiamo potuto rilevare da questo brano, non vi è dubbio che dall’opera di Giovanni da Lezze emerge tutto il «peso» che il settore siderurgico vantava all’interno del sistema economico valligiano. Infatti, in quella fase, sommando gli impianti dislocati nelle diverse realtà territoriali, la Valle Sabbia poteva contare su 8 forni fusori e 77 tra fucine grandi e piccole. Si era quindi di fronte ad una struttura produttiva articolata, che ricopriva un ruolo di primo piano anche all’interno dei diversi poli siderurgici dell’intero arco alpino.

Nella seconda metà del XVIII secolo, a partire dal 1766, la Serenissima promosse nei territori di sua competenza un censimento generale della popolazione, dell’industria e dell’allevamento. Tale rilevazione fu poi ripetuta, salvo poche eccezioni, ad intervalli quinquennali fino al 1789. Le informazioni numeriche furono raccolte attraverso un dettagliato questionario inviato ai parroci e ai responsabili delle varie comunità. Il modulo da compilare si presentava suddiviso in più sezioni: la prima era dedicata alla popolazione, classificata per classe d’età, sesso e attività professionale; la seconda era riservata al bestiame, mentre l’ultima sezione mirava a conoscere il numero degli «edifici industriali in attività». Dal 1766 tale indagine conoscitiva (Anagrafi) permise alle autorità veneziane di avere una conoscenza più approfondita della realtà economica e sociale, sia del territorio bresciano che, più in generale, delle diverse province in cui si articolava la Repubblica marciana.

Nel 1766 la Valle Sabbia poteva vantare un significativo numero di «edifici industriali». A quella data erano censiti ben 161 impianti. La maggior parte di tali strutture era costituita da mulini e da impianti per l’attività siderurgica. Infatti, queste due ultime categorie di edifizj rappresentavano da sole quasi l’80% dell’apparato produttivo locale. Per quanto riguarda in particolare il settore siderurgico, dobbiamo però rilevare che nel 1766 la dotazione di forni e fucine vantata dall’area valsabbina risultava inferiore rispetto al dato statistico segnalato dal Catastico. Confrontando infatti la stima compiuta da Giovanni da Lezze nel biennio 1608-1609 con i dati del 1766, emerge che a metà degli anni Sessanta del Settecento gli impianti fusori risultavano dimezzati, rispetto agli inizi del XVII secolo, passando da 8 a 4, mentre in quell’arco di tempo le fucine fecero registrare una contrazione che superava le 20 unità produttive. Tale ridimensionamento è sicuramente da mettere in relazione con la pesante crisi che investì le manifatture siderurgiche bresciane nel corso del Seicento. Non solo, ma durante i primi anni del XVIII secolo, gli impianti locali dediti alla lavorazione del ferro dovettero confrontarsi con un processo di selezione delle strutture produttive che portò alla chiusura delle fucine meno efficienti. A ciò andava poi sommato il fatto che nel corso del 1757 la cessazione di alcuni impianti fu legata ad una calamità naturale che provocò ingenti danni all’apparato manifatturiero sabbino. Una relazione del capitano di Brescia, Andrea Giovannelli, dedicata agli impianti siderurgici della montagna bresciana, rivelava che in Valle Sabbia erano «perite» 20 fucine grosse a causa delle inondazioni di molti corsi d’acqua. Il rettore di Brescia sottolineava inoltre che nel gennaio del 1766 risultavano solo 3 forni «atti al lavoro» (Bagolino, Ono, Livemmo), mentre gli impianti fusori di Lavenone, Levrange e il secondo forno di Bagolino erano «smantellati» e non vi era alcuna possibilità di riattivarli. Tenuto conto di ciò, non ci deve certo stupire la netta flessione fatta registrare dall’apparato siderurgico valsabbino nell’arco di tempo compreso tra la stesura del Catastico e le Anagrafi del 1766.

Il territorio del Savallese era punteggiato di opifici per la lavorazione del ferro. Infatti ben quattro comunità vantavano la presenza su proprio territorio di Fucine da ferrarezza. L’indagine del 1766 censiva, per esempio, a Mura e Posico due strutture produttive, mentre il comune di Malpaga ospitava 4 impianti e nel borgo di Casto erano presenti ben 12 impianti dediti alla lavorazione del ferro.

Chiusasi sul declinare del Settecento la secolare esperienza che aveva visto il Bresciano legato politicamente a Venezia fin dai primi decenni del XV secolo, nel 1797 si aprì il ventennio napoleonico. Nel 1802, all’alba del nuovo secolo, sulla base delle decisioni prese da Francesco Melzi d’Eril, vicepresidente della Repubblica italiana, il polo siderurgico valsabbino fu oggetto di numerose indagini. Tali ricerche furono condotte sia da funzionari dell’esercito, sia da studiosi di materie affini al settore minerario-metallurgico. Tra le visite compiute in quella fase, la più completa e significativa è senza dubbio la Memoria sulle miniere del Dipartimento del Mella redatta da Giambattista Brocchi, che in quegli stessi anni reggeva la cattedra di storia naturale presso il liceo di Brescia. La Memoria affrontava sia questioni riguardanti i giacimenti di ferro, rame e piombo presenti nel territorio distrettuale, sia l’attività produttiva legata ai forni e ai magli. L’analisi dedicata al settore metallurgico si apriva con l’elenco degli impianti siderurgici presenti nel territorio del dipartimento del Mella, al quale seguiva una accurata descrizione degli stessi. L’autore segnalava l’esistenza di sei forni fusori in Val Trompia e quattro in Val Sabbia (Bagolino, Ono, Livemmo e Vestone). Le fucine censite in Val Sabbia erano cinquanta, così dislocate: Bagolino 12, Anfo 2, Lavenone 6, Vestone 6, Ono 2, Bione 7, Odolo 6, Malpaga (fraz. di Casto) 4 e, infine Casto con 5. Nell’elenco redatto dal Brocchi non erano però compresi gli impianti dediti al «minuto lavoro» e quelli che per un qualsiasi motivo non risultavano in attività alla data di stesura della relazione.

Nel secondo decennio dell’Ottocento, alla vigilia della sconfitta di Napoleone e dello sfaldamento dell’Impero francese, il piacentino Melchiorre Gioia stilava la sua Statistica del dipartimento del Mella. La situazione economica delle Valli Trompia e Sabbia descritta dall’illustre studioso risultava ancora relativamente fiorente, anche se non priva di qualche ombra. Secondo quanto rilevato da Melchiorre Gioia, in quella fase Bagolino era il solo centro del dipartimento del Mella in cui, con l’ausilio di ben 160 persone, si produceva acciaio, mentre le manifatture metallurgiche di Casto occupavano 50 addetti nella realizzazione di falci e lamiere. Nonostante evidenti difficoltà, ancora nella seconda fase dell’Ottocento (1858), a Casto un solo operatore metallurgico – Luigi Passerini – poteva vantare ben 8 impianti per la lavorazione del ferro, dove erano occupati stabilmente 24 addetti. In quella fase così delicata sia dal punto di vista politico che economico, la realtà produttiva del Savallese annoverava la presenza sia di fucine di affinazione, i fuochi grossi, sia di impianti dotati solo di forni di riscaldo, magli e incudini, strutture produttive, queste ultime, impiegate per la realizzazione di attrezzi per l’agricoltura e di utensili per uso domestico, nonché di chioderie e cerchi per botti.

Allo schiudersi del XX secolo una inchiesta industriale dedicata alla provincia bresciana segnalava, nella zona compresa tra Casto e Mura, ancora in attività 5 opifici dediti alla lavorazione del ferro che davano lavoro a 25 addetti. In tali strutture manifatturiere si otteneva una produzione articolata che spaziava dagli attrezzi rurali ai chiodi ai cerchi per ruote.

Tuttavia, sarà solo nella seconda metà del Novecento, quando l’attività siderurgica tornò a caratterizzare la realtà manifatturiera locale, che il Savallese riuscì a riconquistare una posizione economica rilevante non solo in ambito provinciale. Nel corso degli anni Cinquanta del XX secolo, infatti, la produzione del tondino per cemento armato consentì al distretto valsabbino, da un lato, di essere nuovamente annoverato tra i maggiori poli siderurgici europei, e dall’altro, di poter ascrivere tra i propri operatori economici figure imprenditoriali di spicco che seppero ricoprire, nel corso degli ultimi decenni del Novecento, incarichi di primo piano nel panorama economico nazionale.

Giancarlo Marchesi